C'è un cassettone giallo in quasi ogni quartiere. Un carrello al supermercato con un cartello scritto a mano. Un ambulatorio silenzioso dove ogni mattina qualcuno arriva, si siede e tende il braccio. Cosa significa davvero donare? Qual è il suo senso e come possiamo metterlo in atto al meglio nel nostro piccolo?
di Aurora Degani in collaborazione con Tiziano Martini
La pratica del dono ha attraversato i rapporti umani sin dall’antichità e si è realizzata attraverso modalità diverse nelle diverse società che abitano il mondo. Queste rappresentano spesso molto più che uno schema di semplice dare-ricevere-ricambiare: sono legate sì al sostentamento della comunità ma sono anche vissute con profondo spirito di aiuto reciproco.
Il dono può prendere forma attraverso i gesti più diversi, che però hanno qualcosa in comune: la scelta libera e gratuita di dare qualcosa di sè a qualcuno che non si conosce.
UNA DOPPIA LOGICA
Il meccanismo psicologico dietro la donazione è sfaccettato: si basa sul’intreccio ambivalente di due elementi. Da un lato, l’intenzione altruistica di aiutare chi ha bisogno e dall’altro, l’impulso egoistico per cui si aiutano gli altri anche per soddisfare bisogni interiori (del tutto umani) come il desiderio di sentirsi utili o di auto-affermazione. In questo senso, come spiegava il filosofo francese Jacques Derrida, il dono “autentico”, cioè fatto in assoluta gratuità, è impossibile perché ogni forma di scambio o riconoscimento lo annulla. Cosa vuol dire? Che affinché un dono sia tale, esso dovrebbe essere privo di aspettative su un “ritorno” personale (es. contro-doni, restituzioni o gratitudine) per l’azione fatta.
La concretezza di un atto di generosità emerge quando il nostro pensiero è orientato più alle persone che effettivamente riceveranno il nostro dono, piuttosto che all’idea astratta di donare. Prendendo in prestito le parole del sociologo tedesco Theodor W. Adorno:
«La vera felicità del dono è tutta nell’immaginazione della felicità del destinatario»
UN FILO CHE CI UNISCE – NON LO VEDI, MA C’È
Al centro del dono ci sono le persone: è un dare agli altri per gli altri, in nome del legame umano che ci unisce a chi non conosciamo. Un gesto che non ci connette solo con chi riceve ma, in un senso più ampio, con l’umanità intera.
Il dono è relazione. Corre lungo un filo invisibile ai nostri occhi ma alla cui fine ci sono persone vere. E l’impatto che ha sulle loro vite è altrettanto concreto, anche quando non possiamo vederlo direttamente e nell’immediato. Donare significa anche questo: agire con l’intenzione e la fiducia che, nonostante l’incognita del non sapere il “quando”, il nostro gesto aiuterà qualcuno a stare meglio.
Il dono assume forme diverse e il suo impatto può andare ben oltre l’aspetto economico e materiale (“dare a chi ha bisogno qualcosa che non potrebbe permettersi”), che pure è reale e importante. Può restituire qualcosa di ancora più essenziale: la vita stessa, o il senso di sé. Pensiamo alla donazione di sangue e plasma: è un gesto che richiede pochi minuti, ma che può restituire ore, mesi, anni alla vita di qualcun altro in difficoltà – che sia in una sala operatoria, dopo un incidente o durante una terapia.
O, ancora, alla donazione di capelli per la realizzazione di parrucche solidali: per molte pazienti oncologiche e dermatologiche, riceverne una non significa solo non dover sostenere un costo spesso inaccessibile per oggetti di questo tipo, ma anche riconquistare la propria identità in un momento in cui tutto è più fragile. Guardarsi allo specchio e “ritrovarsi”.
LA RESPONSABILITÀ DEL DONO MATERIALE
Donare può cambiare la vita di chi ha bisogno… ma questo non dovrebbe mai esulare dalla dovuta consapevolezza e attenzione verso chi lo riceverà. L’autenticità del dono richiede di pensare innanzitutto a chi lo sta ricevendo: in che modo potrebbe essergli utile e, se serve, informarsi riguardo le necessità e modalità più corrette per fare la donazione. Perché non si tratta semplicemente di alleggerirsi di qualcosa che non si vuole più.
Quando si parla di donare vestiti, ciò non deve tradursi semplicemente con l’imbustare quel che non ci sta più, è lacero o non usiamo, obiettando: “tanto è meglio che niente, no?”. Un buon vestito da donare è un buon vestito da indossare: pulito, in buono stato e adatto alla stagione, se possibile, decoroso. Oppure quando si tratta della donazione di cibo e alimenti, è importante pensare a quali sono gli alimenti-base più corretti e utili per una buona alimentazione e scegliere di conseguenza. In alternativa, ci si può informare presso l’ente su quali siano le necessità principali e seguire le loro indicazioni.
«[…] scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l’altro come un soggetto […]»
…PENSARE AL BENE DI CHI LO RICEVERÀ
Pensando alle circostanze di oggi, questo si può interpretare anche come il seguire le indicazioni date per la donazione e le eventuali limitazioni o possibili non idoneità che possono esserci, e che sono stabilite per evitare di vanificare il dono stesso, ma non solo: esistono per tutelare le e i riceventi.
Ripensando alla donazione di sangue, può capitare ad esempio di presentarsi per donare e sentirsi dire che, per quella volta, non è possibile. Potrebbe essere perché è sorto un imprevisto oppure perché è emersa una condizione di salute della persona che richiede di sospendere o posticipare la donazione. Sentirsi dire di “no” è spiacevole, è comprensibile, e può scoraggiare dal ripresentarsi … Ma proprio qui è importante chiarire come quel “no” non sia né un giudizio sulla persona, né ingratitudine verso chi si è reso disponibile. È una misura per tutelare la o il ricevente e la sua salute visto che, soprattutto in questo caso, si tratta di doni particolarmente “delicati” e che coinvolgono la salute del corpo di qualcun altro.
I criteri stringenti, le verifiche, le procedure esistono perché dall’altra parte, chi aspetta, è qualcuno che ha bisogno, e per cui è fondamentale ricevere qualcosa che lo aiuti davvero – e questo vale ancora di più quando si tratta di componenti fondamentali ma “sensibili” come il sangue. Vale la pena ricordarlo anche nei momenti di frustrazione: dall’altra parte ci sono sempre persone — chi riceve, ma anche chi accompagna il processo di donazione con dedizione ogni giorno – con cui si stringe un patto di aiuto. Approcciare la donazione e il processo che essa implica con comprensione, pazienza ed empatia non è solo un valore aggiunto: è parte integrante del gesto stesso.
Chi dona sangue e plasma lo fa senza sapere chi riceverà quel gesto, forte però della sua voglia di aiutare. E forse questa è la sintesi più onesta e l’essenza di ogni forma di solidarietà: donare senza sapere a chi, ma avendo a cuore il perché. E se ognuno contribuisce anche solo un poco, quel “filo” che da noi scaturisce si allunga, cresce e si intreccia con gli altri, facendo del bene a tutti.
In copertina: Gustav Klimt “L’albero della vita” (1905-1909), fregio di Palazzo Stoclet, Bruxelles.
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