L'intervento del Presidente Pasini alla 92a Assemblea Generale Avis
Scende il sipario sulla 92a Assemblea Generale Avis, tenutasi il 29, 30 e 31 maggio a Bellaria-Igea Marina (RN). Di seguito l’intervento integrale del Presidente Roberto Pasini, capo delegazione di Avis Emilia-Romagna.
AVIS come presidio di comunità
Si è conclusa a Bellaria-Igea Marina la 92ª Assemblea Generale AVIS: un appuntamento che, anno dopo anno, rinnova il senso profondo di ciò che siamo e di ciò che vogliamo continuare a essere.
Il presidente Pasini ha preso la parola con un intervento che ha toccato i temi più urgenti e al tempo stesso più cari alla nostra associazione: la tenuta del sistema trasfusionale, la sfida del ricambio generazionale, il ruolo delle donne nella leadership, l’apertura verso i nuovi cittadini, e la necessità di essere, prima ancora che un’organizzazione, un vero presidio di comunità.
Di seguito il testo integrale dell’intervento:
Autorità, delegati e, soprattutto, care donatrici e donatori, essere qui oggi rappresenta per me un momento di grande significato. Non è soltanto un passaggio formale, ma un’occasione di incontro autentico, in cui una comunità si guarda, si riconosce e decide insieme la direzione da prendere.
In un tempo in cui i valori condivisi sembrano spesso fragili, messi alla prova da cambiamenti rapidi e da una crescente individualizzazione della società, la cultura del dono resta un punto fermo. Non come elemento retorico, ma come esperienza concreta, quotidiana, capace di ricordarci che ciascuno di noi può incidere nella vita degli altri in modo reale.
È questa consapevolezza che guida il nuovo Consiglio Direttivo dell’Emilia-Romagna. Ed è questa consapevolezza che dà senso a tutto ciò che raccontiamo oggi: ai dati e alle persone, ai risultati raggiunti e alle sfide che abbiamo davanti, a ciò che abbiamo costruito e a ciò che sappiamo di dover ancora migliorare. Il 2025 ha confermato quanto l’Emilia-Romagna sia un territorio solido, capace di reagire, nonostante sia attraversato da trasformazioni profonde. Sul piano socio-economico, la Regione ha mantenuto una buona tenuta del mercato del lavoro e un tessuto produttivo dinamico, pur risentendo degli effetti dell’inflazione sulle famiglie e di una crescente pressione sui servizi pubblici. Sul piano sociale, abbiamo osservato dinamiche apparentemente contrastanti: da un lato una maggiore fatica nel coinvolgere le persone e nel mantenere continuità nella partecipazione, dall’altro una rinnovata sensibilità — soprattutto tra i più giovani — verso il volontariato come risposta concreta alle fragilità del presente.
Questo contesto ha avuto un impatto diretto anche sulla nostra attività associativa. Ci ha chiesto di essere più flessibili nell’organizzazione delle donazioni, più attenti nell’ascolto dei donatori, più creativi nei linguaggi e negli strumenti di comunicazione. Eppure, ancora una volta, è emersa con forza la solidità della nostra rete. Una presenza concreta, affidabile, capace di rispondere quando serve. Questo non è un dato scontato. È il segno che il valore della solidarietà è ancora profondamente radicato nel nostro territorio. Ed è proprio da qui che nasce una convinzione che deve guidarci: fare di AVIS un vero presidio di comunità. Un punto di riferimento vivo nei territori, riconoscibile non solo quando si parla di sangue e plasma, ma ogni volta che si parla di partecipazione, di cura, di cittadinanza attiva e di prevenzione.
Un’associazione che ambisce a essere presidio di comunità, però, non può lavorare da sola. Nel 2025 abbiamo consolidato il dialogo con la Regione Emilia-Romagna e con il Centro Regionale Sangue, interlocutori fondamentali. Un rapporto che non si esaurisce in una dimensione formale, ma che si sviluppa nella condivisione dei dati, nella programmazione congiunta dei fabbisogni e nella consapevolezza che il sistema trasfusionale funziona davvero solo quando istituzioni e volontariato procedono nella stessa direzione. Un esempio è il tavolo comune tra regione ed Associazioni per ripensare tempi e modalità della campagna estiva.
C’è un principio che non è negoziabile, e che voglio ribadire con chiarezza: la donazione deve restare gratuita. Non retribuita, non incentivata economicamente. Questo non è un limite, è la nostra forza. La gratuità è ciò che distingue un gesto solidale, ciò che garantisce la sicurezza del sangue e non si può mettere un prezzo alla vita di qualcuno. Ma la gratuità, da sola, non basta. Per mantenerla credibile e sostenibile nel tempo, dobbiamo costruire un sistema che la supporti concretamente. E questo è possibile solo attraverso una stretta integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale. È qui che il ruolo della Regione diventa decisivo. E siamo orgogliosi di poter dire che, in Emilia-Romagna, questo sostegno c’è. La Regione ha confermato il proprio impegno al fianco di AVIS, riconoscendo il valore strategico del volontariato trasfusionale, non come alternativa al sistema sanitario pubblico, ma come sua parte integrante e insostituibile. Una partnership che si traduce in risorse, in programmazione condivisa, in una visione comune del sistema sangue come bene collettivo. Solo così — con la gratuità come valore e il sistema sanitario come alleato — possiamo garantire che il sangue non diventi mai una merce. E che chi ha bisogno di una trasfusione possa riceverla, indipendentemente da dove vive o da quanto può permettersi. Questo è il modello che difendiamo. E questo è il modello che, insieme, continueremo a costruire.
In questo quadro si inserisce anche il nuovo Regolamento europeo sulle Sostanze di Origine Umana (SoHo), che ridefinisce gli standard di qualità e sicurezza per sangue, tessuti e cellule a livello comunitario. Non si tratta solo di un adempimento normativo: è un’occasione per rafforzare la credibilità del nostro sistema e per confermare che la strada della gratuità e della sicurezza è quella giusta. AVIS Emilia-Romagna seguirà con attenzione il recepimento nazionale, contribuendo al dibattito e accompagnando le proprie sedi nell’adeguamento necessario.
E tuttavia, proprio perché siamo una realtà forte, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su come diventare ancora migliori. Essere una rete significa anche avere l’onestà di guardarsi allo specchio. Non possiamo ignorare un dato demografico evidente: la nostra base associativa sta invecchiando. È un dato naturale, figlio della storia del nostro paese. Ma è anche un segnale che non possiamo trascurare.
Perché il punto non è semplicemente intercettare nuovi donatori. Il punto è riuscire a costruire un legame duraturo, trasformare un primo gesto in un percorso, fare in modo che chi entra in AVIS scelga di restarci. E qui si apre una delle sfide più importanti che abbiamo davanti.
Per riuscirci, dobbiamo smettere di parlare ai giovani soltanto di “dovere” e iniziare a parlare di “benessere e consapevolezza”.
Dobbiamo raccontare che donare sangue non è solo un atto per gli altri, ma è anche una scelta che riguarda sé stessi: significa prendersi cura della propria salute, adottare stili di vita sani, essere parte attiva di una comunità che genera valore e che contrasta quella solitudine silenziosa che sempre più accompagna le nuove generazioni. Soprattutto dobbiamo fare un passo ulteriore: dobbiamo coinvolgerli davvero.
Non basta migliorare la comunicazione digitale, se poi i luoghi decisionali restano chiusi. Non basta parlare un linguaggio più moderno, se non riconosciamo spazio e responsabilità. Dobbiamo avere il coraggio di aprire i nostri consigli direttivi, di costruire percorsi di partecipazione reale. Non chiediamo ai giovani solo il sangue: chiediamo idee, linguaggi nuovi, visioni. Perché il ricambio generazionale non è una sostituzione. È un’evoluzione necessaria per non restare fermi. È ciò che permette a una comunità di restare viva.
Accanto a questo, c’è un altro tema che non possiamo più rimandare: quello della rappresentanza femminile. Le donne sono una presenza fondamentale in AVIS. Lo sono come donatrici, come volontarie, come punto di riferimento nelle nostre sedi. Eppure, nei ruoli dirigenziali, questa presenza non è ancora adeguatamente rappresentata. Non è solo una questione di equità. È una questione di qualità. Un’associazione che vuole interpretare il proprio tempo deve saper rispecchiare la comunità che rappresenta. E questo significa rimuovere ostacoli, creare condizioni, promuovere una leadership più inclusiva. Affrontare questi temi non significa mettere in discussione ciò che siamo. Significa, al contrario, prendercene cura. Perché il volontariato, per noi, non è un semplice “impiego del tempo libero”. È un atto di libertà estrema. Ed è proprio qui che si gioca il futuro di AVIS.
C’è un tema che non possiamo più ignorare: il coinvolgimento dei nuovi cittadini, ovvero delle persone di origine straniera che vivono, lavorano e contribuiscono ogni giorno al tessuto sociale ed economico della nostra regione. In Emilia-Romagna la popolazione residente di origine straniera è in molti casi integrata nella vita civile dei nostri territori. Ignorare questa realtà significherebbe fare un torto non solo a queste persone ma alla nostra stessa missione. La cultura del dono non conosce confini di nazionalità, di lingua o di religione. Il sangue non ha passaporto. Chi sceglie di donare indipendentemente da dove è nato fa parte della nostra storia di solidarietà che Avis porta avanti da decenni.
Dobbiamo avere l’ambizione di mostrare che AVIS non è un’istituzione del passato, ma un’avanguardia del futuro. Un modello di società in cui l’io lascia spazio al noi, in cui la cura dell’altro diventa il fondamento della convivenza civile. Per riuscirci, dobbiamo continuare a evolverci. Investire nella formazione, rafforzare le relazioni, innovare i nostri modelli organizzativi. Evolversi significa anche avere l’onestà di riconoscere la caratteristica indispensabile per una rete: muoversi nella stessa direzione perseguendo le stesse finalità. Non è quindi sufficiente che ogni realtà locale lavori bene nel proprio territorio, per quanto questo sia prezioso e vada riconosciuto. Una rete associativa ha senso quando le energie convergono in una direzione condivisa, quando le linee di indirizzo non restano sulla carta ma diventano pratica comune.
E questo richiede un salto di qualità anche nella nostra comunicazione interna. Troppo spesso le informazioni viaggiano in modo discontinuo, le decisioni faticano a tradursi in azioni coerenti ai diversi livelli, e chi opera sul campo non sempre si sente pienamente coinvolto in processi che lo riguardano. Non possiamo chiedere ai nostri volontari di essere ambasciatori di AVIS verso l’esterno se prima non costruiamo una “casa interna” in cui tutti si sentono ascoltati e orientati. A questo proposito, uno degli impegni concreti di questo mandato sarà dotarci di strumenti di governance più moderni ed efficaci, come condizione necessaria per lavorare meglio. Misurare ciò che facciamo non significa burocratizzare il volontariato, serve a capire dove stiamo andando e correggere la rotta quando serve. Perché una governance solida non toglie nulla all’anima associativa, al contrario la protegge. Soprattutto, dobbiamo continuare a coltivare ciò che ci rende unici: il senso di appartenenza che va oltre i personalismi.
Arrivando alla conclusione di questa relazione, il sentimento che prevale è uno solo: gratitudine. Verso ogni presidente provinciale, ogni presidente comunale, ogni volontario che ogni giorno tiene viva questa rete. E soprattutto, verso i donatori. Perché loro sono la ragione per cui esistiamo. Ogni donazione è una promessa mantenuta verso qualcuno che non conosciamo, ma a cui siamo legati da un gesto di straordinaria umanità. E grazie anche ai giovani che scelgono AVIS. Perché scegliere di donare oggi significa scegliere che tipo di persona si vuole essere. E questa scelta è, per tutti noi, il segno più concreto di speranza. È un atto di fiducia. E permettetemi di chiudere con un pensiero che va oltre i numeri, oltre l’organizzazione, oltre le parole.
Ogni donazione è un incontro che non avverrà mai. È una relazione senza volto, ma non senza significato. È qualcuno che sceglie, liberamente, di esserci per un altro. E in mezzo a questo gesto c’è qualcosa che oggi non è scontato: la fiducia. Fiducia negli altri. Fiducia nella comunità. Fiducia nel fatto che, anche senza conoscersi, si può essere parte della stessa storia. Noi siamo i custodi di questa fiducia.
E allora il nostro compito non è solo organizzare, promuovere, gestire. Il nostro compito è non tradirla mai. E finché questa comunità terrà, sapremo continuare a fare la nostra parte.
Il lavoro che ci aspetta è tanto. Ma sono convinto che insieme — con entusiasmo, concretezza e quella generosità che è il DNA di questa associazione — sapremo affrontarlo. E ancora una volta, sapremo fare la nostra parte. Grazie!
- Roberto Pasini – Presidente Avis Emilia-Romagna
Link video intervento integrale
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