West Nile Virus: perché l’epidemia nel 2018?

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Dai 55 casi umani autoctoni del 2017 ai 577 del 2018, con 42 decessi mai registrati prima. Ecco perché i contagi da West Nile Virus sono decuplicati. Ma l’epidemia non si ripeterà -forse- la prossima estate.

Le zanzare non sono solo fastidiose, sono anche pericolose. Soprattutto con l’innalzamento generalizzato delle temperature: prova ne è stata l’epidemia di virus “del Nilo” a cui abbiamo assistito la scorsa estate. Il West Nile si trasmette dagli uccelli migratori all’uomo attraverso la zanzara, che fa da ponte. Chi ne è colpito può non sviluppare alcun sintomo, tuttavia alcune persone con il sistema immunitario fragile o compromesso possono contrarre febbre alta e forti dolori muscolari. In circa 1 caso su mille il virus può causare un’encefalite letale. In Emilia-Romagna è attivo un efficiente sistema di monitoraggio delle zanzare tramite una rete di trappole sparse sul territorio. Questo permette di capire in anticipo quando diventano infette ed è perciò possibile prevenire i rischi per l’uomo. Ma quest’anno qualcosa è andato storto.

I numeri del West Nile 2018

Dal bollettino epidemiologico di Epicentro risulta che a novembre (fine della stagione riproduttiva delle zanzare) i casi umani registrati sono stati 577, ovvero dieci volte di più che nel 2017. Di questi, 230 malati hanno manifestato una forma neuro-invasiva. Triste primato per l’Emilia-Romagna, che storicamente è – insieme al Veneto – la regione più colpita per morfologia del territorio. Delle forme gravi di West Nile Virus, ben 100 si sono verificate in questa regione, e dei 42 decessi registrati in Italia, 21 sono in Emilia-Romagna.

Donatori positivi al West Nile

Sul fronte donazione di sangue e plasma, sono 68 i casi identificati di portatori sani tra i donatori. Di questi, 30 sono stati trovati in Emilia-Romagna. Il numero è considerevole, tuttavia si tratta di una buona notizia. Il test Nat che il sistema sangue regionale esegue già da anni sui donatori che hanno soggiornato in zone a rischio nel periodo di diffusione del virus, ha funzionato a dovere. È stato possibile intercettare ed eliminare le unità infette senza pregiudicare la regolare donazione, e quindi senza mettere a rischio le scorte.

Le ragioni dell’epidemia 2018

Nel 2018 la trasmissione del virus West Nile in Italia e nel Sud-Est Europa è iniziata prima rispetto allo scorso anno. Il 16 giugno si è verificato il primo caso umano di infezione confermata nel nostro Paese, complice l’inverno 2017, particolarmente mite. Molte zanzare (alcune, è logico supporre, portatrici del virus) non sono morte e hanno infettato le proprie larve. Una forte invasione di cornacchie e gazze (tra i principali vettori dell’infezione) e un caldo umido sia in primavera che in estate hanno completato il quadro nefasto. Nel 2017 il Centro di Epidemiologia nazionale non ha registrato decessi, e l’elevato numero di quest’anno ha riguardato prevalentemente la popolazione anziana, come nel caso dell’influenza invernale. Soltanto che per il West Nile Virus non esiste ancora un vaccino, né una cura specifica. Per questa ragione la prevenzione è fondamentale e non bisogna abbassare la guardia.

Le misure di prevenzione

Sul fronte della sorveglianza veterinaria e della zooprofilassi, le cose funzionano: la macchina è ben oliata dal 2008 e il coordinamento tra le regioni è efficiente. Le variabili stagionali e migratorie però difficilmente si possono prevedere. È perciò importante lavorare sull’informazione alla cittadinanza e sulla disinfestazione. In un incontro operativo sul tema, lo scorso 6 novembre a Venezia , la Regione Veneto ha deciso di iniziare l’impiego di larvicidi già a marzo, anticipando le procedure abituali che iniziano a primavera inoltrata.  L’Emilia-Romagna è orientata allo stesso modo, anche se non risultano al momento documenti di indirizzo o delibere. Esiste tuttavia un ambito di intervento che spetta ai cittadini: giardini, cortili, spazi agricoli privati devono essere trattati allo stesso modo altrimenti l’effetto dei larvicidi e degli insetticidi ne risulta depotenziato. Sarebbe opportuno, in questo caso, sensibilizzare e aiutare economicamente i cittadini a fare la loro parte, come accadde 10 anni fa per combattere la zanzara tigre.

Non è la zanzara tigre!

Dal 2008, dopo l’epidemia di Chikungunya a Ravenna, la Regione ha disposto ogni anno circa 2.700 ovitrappole per zanzara tigre da Piacenza a Rimini. Dal 2017 ne bastano 750 nei capoluoghi: oggi la zanzara a strisce è un fastidio ma non un problema nella nostra regione. I pool infetti di Chikungunya e Dengue sono stati quest’anno sotto la soglia di allarme e la presenza di questa specie, arrivata dall’Asia, è drasticamente ridimensionata. Ma il virus West Nile non viene dalle zanzare tigre, bensì dalle autoctone culex. Questa specie punge di notte, a differenza della tigre che è diurna, il che fortunatamente riduce la possibilità di contagio in scuole, centri estivi e molti luoghi di lavoro. È altrettanto vero che le zanzare “nostrane” sono numerose, veloci e pungono sia i mammiferi che i volatili, amplificando le possibilità di infezione umana. In futuro sarà forse possibile limitarne la proliferazione attraverso il rilascio di esemplari sterili. Ad oggi la sperimentazione che coinvolge diversi istituti di ricerca sia in Europa che negli Stati Uniti è però concentrata sulla zanzara tigre. Prevenire e non sottovalutare la portata del fenomeno restano dunque le parole d’ordine.

By |2018-12-05T16:13:00+00:005 dicembre 2018|0 Commenti

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