Quale storia voleva raccontarci Mario, il volontario di 78 anni del primo racconto? Scopriamolo insieme…

di Monia De Marcellis

 

“Sono passati 43 anni ma sembra come se fosse successo ieri. Quella che doveva essere una tranquilla arrampicata con il mio solito gruppo di amici si è trasformata in una mezza tragedia. Ero lì, aggrappato alla roccia pensando a dove mettere i piedi per andare avanti e ad un certo punto ho sentito un urlo, mi sono girato e non ho avuto il tempo di capire cosa stava accadendo…vedo Nicola crollare giù dalla parete, per 20 metri. A ripensarci sento ancora i brividi e il sangue congelarsi. Nel giro di qualche ora eravamo tutti in sala d’attesa in ospedale, tutti seduti tranne me, per quanto ero agitato non riuscivo a stare fermo. Dopo un tempo che mi è sembrato un’eternità ci hanno detto che Nicola stava bene, certo aveva molte fratture e non avrebbe potuto scalare per un po’, ma grazie a oltre 100 trasfusioni di sangue era ancora vivo. Al sentire queste parole ci fu un’esplosione di gioia, era vivo! Malconcio sì, ma vivo! E tutto grazie a quelle trasfusioni. Il mio cuore si alleggerì per un attimo e feci un gran respiro di sollievo. Mentre tornavo a casa continuai a pensare a quello che era successo, ero felice ma sentivo come se dovessi fare qualcosa, qualcosa per ringraziare tutti quelli che avevano permesso a Nicola di sopravvivere. Questo pensiero non mi fece dormire per tutta la notte, fino a quando non mi sono reso conto che la soluzione era molto più semplice di quella che immaginavo. Il giorno dopo mi svegliai all’alba e la prima cosa che feci fu andare a donare il sangue, è così che è iniziata la mia avventura.”

Mario amava raccontare ai ragazzi più giovani come era diventato donatore, ormai tanto tempo fa. Ora non poteva più farlo visto l’età, ma non era rimasto con le mani in mano! Era subito diventato un volontario, pronto a organizzare e partecipare agli eventi per promuovere la donazione del sangue. Ora con questo virus in circolazione le cose erano diventate più difficili, ma un modo per rimanere impegnato l’aveva trovato! Era infatti l’addetto ai controlli all’entrata della sede dell’associazione, un compito che amava per tre motivi: Primo, con il volto coperto dalla mascherina e la pistola per misurare la febbre si sentiva come uno sceriffo del far west e questa cosa gli piaceva molto, lo faceva sentire importante. Secondo, a un chiacchierone come lui quel compito gli permetteva di incontrare tanta gente (seppur a distanza) e non perdeva occasione per scambiare due parole con ogni nuovo arrivato, nuovo o abituale donatore che fosse. Terzo, seduto dietro quel tavolino posizionato all’entrata aveva una buona visuale di ciò che accadeva sia dentro che fuori, quindi anche se non c’era nessuno con cui chiacchierare non si annoiava mai, anzi! Gli piaceva osservare le persone che passavano di lì e immaginare la loro storia; cosa facevano, dove vivevano, dove andavano… Quel giorno, dopo aver salutato Giacomo e suo figlio, il suo sguardo si era posato su una signora che camminava lì fuori, indossava un cappotto rosso che lasciava intravedere un bel pancione tondo. Sicuramente non era lì per donare, visto che in gravidanza è vietato, però Mario avrebbe giurato di averla già vista prima…