Siamo tutti uguali, per questo siamo tutti diversi. Si potrebbe riassumere così la somma degli interventi al convegno “La donazione di sangue al femminile in Italia tra welfare e medicina di genere” che si è tenuto nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità lo scorso 4 marzo a Roma. Con un focus sulla donazione al femminile e le strategie per incoraggiarla e supportarla.

È un dato innegabile: la biologia determina sostanziali differenze tra i sessi, oltre che tra i singoli individui. Dal punto di vista medico scientifico non è ovviamente possibile prendere in considerazione ogni singola peculiarità di ogni singolo essere umano ma si possono distinguere e differenziare le categorie biologiche con la finalità di rendere le terapie e le cure sempre più mirate ed efficaci. 

Abbiamo già osservato in un precedente articolo (qui) che gli effetti dei farmaci sono diversi se somministrati agli uomini e alle donne, e per questo si è corso ai ripari (con ritardo, a dire la verità, solo nel 2018) rispetto alla pratica di testare i farmaci su uomini caucasici di 70 chili come se fossero un modello univoco e affidabile per ogni paziente.

L’identità di genere è altrettanto importante e dirimente: i fattori psicologici e culturali legati alla percezione di sé fanno la differenza nella presa in carico, nella cura e nella scelta delle terapie. Il genere oltre al sesso incide anche sulla percezione della propria salute.

Studi recenti e dati solidi sono stati presentati al convegno, per riflettere sulla necessità di ripensare diagnostica e parametri. Questo riguarda anche il Sistema sangue, sia dal punto di vista delle politiche donazionali, sia sul fronte trasfusionale. 

medicina di genere roma

Luca Busani (Centro di riferimento per la Medicina di genere dell’Istituto superiore della Sanità) apre l’intervento con una premessa: contrariamente a quel che si pensa, la salute delle donne e la percezione del proprio benessere è inferiore a quella degli uomini, nonostante le persone di sesso femminile vivano più a lungo. Per questo è importante lavorare su campagne di screening e di prevenzione dedicati alle donne.

In merito alla donazione di plasma si nota la differenza di genere più “operativa” in medicina trasfusionale: il plasma da donatrici con gravidanze pregresse ha più probabilità di contenere anticorpi anti-HLA/anti-HNA, associati a rischio di lesione polmonare acuta correlata alla trasfusione nel ricevente. Per questo in Italia il Centro Nazionale Sangue ha adottato una linea guida: per uso clinico, si ricorre al plasma da donatori maschi o donatrici che non hanno mai partorito, estendendo la logica anche a prodotti ad alto contenuto di plasma.

Un dato che non va interpretato come una discriminazione nella donazione in sé ma come criterio nel suo utilizzo: donazioni e donatori sono importanti e indicati per diversi tipi di utilizzo, terapia e cura.

Busani ricorda inoltre che la donazione di plasma è particolarmente indicato per le donne perché non incide sui livelli di ferro ed emoglobina. Un’altra donazione, questa volta esclusivamente femminile e in espansione, è quello della donazione di cordone ombelicale per la cura e la terapia di malattie gravi come alcune leucemie e linfomi, aplasie midollari, immunodeficienze, specifiche malattie genetiche del sangue. Il cordone può talvolta essere un’alternativa al midollo nei casi in cui si renda necessario un trapianto.

Samantha Pasca (Ospedale Santa Chiara – APSS Trento) esordisce con un aneddoto di grande impatto: “Le donne per essere curate dovevano mentire: ovvero riferire i sintomi riconosciuti come cardiologicamente rilevanti nei maschi per poter essere prese sul serio in caso di problemi cardiovascolari.” La citazione è tratta dall’articolo “The Yentl Syndrome” pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 1991 dalla cardiologa Bernadine Healy. A seguito della pubblicazione è  iniziata la riflessione e il percorso verso la medicina di genere. Percorso tutta via ancora da percorrere in larga parte, partendo proprio dai parametri con cui si calcola la “normalità” nei valori del sangue.

I range di riferimento di laboratorio non sono adeguatamente differenziati per sesso e per età, considerando nella norma un valore che invece ha un significato diverso a seconda della biologia e delle fasi della vita. Si rischia così di etichettare come “patologico” ciò che è fisiologico (o viceversa). È pertanto necessaria una rivalutazione dei range “tarati” per sesso e indicati chiaramente nei referti per ridurre errori interpretativi e decisioni non ottimali su idoneità/valutazioni cliniche.

Pasca ricorda infine che nelle sperimentazioni oncologiche cliniche solo il 20% dei paerecipanti è donna. I dati quindi sono falsati, e a cascata le terapie.

A supporto della necessità di un cambio di passo, Daniele Prati (Coordinamento attività trasfusionali Regione Lombardia) ribadisce: ” Esistono differenze che devono essere considerate per la resilienza del Sistema sangue nazionale”. 

Per citare un solo esempio, livelli di emoglobina – notoriamente più bassi nelle donne – sono un dato oggettivo. Tuttavia negli uomini il livello di emoglobina si abbassa con l’avanzare dell’età. Il contrario di quello che accade nelle donne, dove l’emoglobina è più alta superati i 40 anni.

Un altro aspetto rilevante è l’importanza delle donatrici nella ricerca scientifica: in merito alle malattie epatiche, uno studio su donatrici e donatori ha rilevato che le transaminasi (accumulo di grasso nel fegato) sono molto più alte negli uomini e nelle donne in post menopausa con la variante genetica PNPLA3, favorita dal calo degli estrogeni.

Le donatrici sono una platea fondamentale e privilegiata per studi e follow-up in un’ottica di realizzazione di programmi di prevenzione per tutta la popolazione femminile. Per questa ragione andrebbe incoraggiata e supportata la donazione delle donne, tenendo in particolare considerazione le differenze bologiche appena citate.

Anche Caterina Giovanna Valentini (Fondazione Policlinico Gemelli di Roma) sottolinea che le differenze vanno indagate e comprese a fondo per poter disporre dei migliori prodotti terapeutici quando si parla di emoderivati.

L’emoglobina circolante è sessodipendente, e come abbiamo detto questa è un’evidenza. Le emazie delle donne in età fertile hanno circa il 15% di emoglobina in meno, in compenso i globuli rossi femminili sono più resilienti allo stress ossidativo. I dati dimostrano infatti  il ruolo protettivo degli ormoni femminili contro i danni metabolici dovuti allo stoccaggio. 

Silvia Da Ros (Azienda ULSS Ospedale dell’Angelo di Mestre) racconta che storicamente le donne non venivano considerate idonee alla donazione perché considerate troppo fragili. Negli anni ‘80 con l’introduzione della plasmaferesi la donazione femminile è cresciuta.

L’esclusione delle donne dalla donazione per livelli bassi di emoglobina andrebbe arginata proponendo la donazione di plasma. Inoltre occorre lavorare sulla cultura della donazione post fertilità: una donna in menopausa può donare senza complicazioni fino a 4 volte l’anno.

Un’altra storica stortura è lo scoraggiare la donazione durante il ciclo: il parametro, insieme all’emoglobina, deve essere lo stato di benessere percepito dalla donatrice e non la condizione oggettiva della presenza del ciclo.

Nel terzo settore in Italia le donne sono il doppio degli uomini, ma nella donazione sono minoritarie.  Si tratta di un bias, di un fattore meramente culturale o di un dato oggettivo legato alle limitazioni imposte dall’età fertile, come l’impossibilità di donare in gravidanza, durante l’allattamento e in prossimità del ciclo mestruale? O a livelli più bassi di emoglobina? 

Lisa Pivetta (consigliera di Avis Nazionale) prima donna in Italia a presiedere una sede regionale, il Friuli Venezia Giulia, pone l’accento sui passi necessari per permettere alle donne di donare con frequenza e regolarità.

Occorrono campagne mirate alla donazione femminile, promuovendo con esse la donazione di plasma. Occorre inoltre realizzare un vero binomio tra donazione e prevenzione, attraverso giornate dedicate alle donne nei centri trasfusionali e nelle sedi associative.

Fondamentale allo scopo è la flessibilità di orario e la creazione di spazi pensati per i figli delle donatrici, confortevoli e gestiti da personale qualificato all’interno delle unità di raccolta. 

Dal punto di vista medico, invece, se si pone in essere una diversificazione tra donatori e donazioni, si può procedere con lucidità e mettere in campo strumenti utili al raggiungimento della parità di genere tra i donatori garantendo al contempo  la massima appropriatezza terapeutica per i riceventi.

Lisa Pivetta - consigliera Avis Nazionale
Samantha Pasca Ospedale Santa Chiara - APSS Trento