Di seguito vi riportiamo alcune delle storie di riceventi di sangue e plasma, storie che negli anni continuano a stupirci, storie che ogni volta ci colpiscono come il profumo dell’aria quando una mattina ti accorgi che è primavera.

LA STORIA DEL PAPÀ DI LICIA

L'immagine mostra il volto della persona che ha scritto ad AVIS per raccontare la sua storia                  L'immagine mostra il post della figlia del ricevente di sangue che ha contattato AVIS

“Questa è una delle sacche che sono servite al mio papà per affrontare l’intervento di oggi. Appena l’ho vista mi sono emozionata e ho rafforzato la convinzione che donare il proprio sangue è un atto d’amore disinteressato ed unico. Grazie a tutti i donatori e al proprietario sconosciuto di questa sacca.”

Abbiamo telefonato a Licia, che ne è l’autrice.

Questa è la sua storia:

Licia insegna italiano in una scuola media a Civitanova. È una donatrice di sangue da diversi anni, è molto appassionata del suo lavoro e ama camminare. Quando suo padre, già diabetico, si è rotto il femore e alcune complicanze hanno richiesto attenzioni supplementari e un intervento delicato, per Licia anche la dose di preoccupazione e apprensione è stata supplementare.

La sua scelta di diventare donatrice scatta come una molla nel 2005, quando il presidente della Avis locale viene nella sua classe per un incontro con i ragazzi sul tema della donazione di sangue e plasma. Da quel momento, racconta, il suo ruolo di insegnante si è sempre intrecciato con quello di ambasciatrice del dono. Dopo l’appuntamento periodico, anche se potrebbe prendersi la giornata di riposo, va a scuola per testimoniare il suo gesto ai ragazzi, per rispondere alle loro domande, curiosità e fugare i dubbi. A volte racconta loro la storia di suo padre, perché capiscano che la donazione è una cosa assolutamente concreta. Generalmente i ragazzi si commuovono, si sentono coinvolti e capiscono che quel gesto ha su chi è in pericolo di vita un effetto decisivo… Le fanno molte domande, ci dice con dolcezza nella voce, soprattutto vogliono sapere se fa male. Quando ha fatto un tatuaggio ha colto l’occasione per tornare sul tema e dimostrare ai suoi studenti che anche facendo una vita normale si può diventare donatori: non occorre seguire regole ferree ma semplicemente avere buon senso e uno stile di vita sano.

Donare il sangue è una sensazione unica e molto intima, conclude Licia: quando ha visto quella sacca di sangue attaccata al braccio di suo padre non ha più retto ed è scoppiata a piangere… e pensare che aveva affrontato così bene tutto l’intervento!

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L'immagine mostra il volto della persona che ha scritto ad AVIS per raccontare la sua storia

Hai avuto una brutta avventura che ha richiesto oltre 100 trasfusioni di sangue. Ci racconti cosa è successo?
Essendo molto appassionato di montagna, all’età di 20 anni iniziai a frequentarla regolarmente con un gruppo di amici, con cui avevo iniziato ad imparare le tecniche di arrampicata e alpinismo. Il 23 Aprile 1994, avevo 21 anni, mi stavo allenando all’arrampicata alla Rocca di Badolo, località molto conosciuta a tutti gli appassionati di montagna bolognesi in quanto offre una vera e propria “palestra” per esercitarsi, su pareti naturali ma opportunamente attrezzate, alle tecniche di alpinismo. Quel giorno però qualcosa non ha funzionato nel sistema di sicurezza (corde e moschettoni) e sono precipitato da un’altezza di circa 20 metri, finendo dritto sul sentiero che percorre tutta la base della parete che stavo arrampicando. Risultato: frattura multipla del bacino, emorragia interna, escoriazioni varie. Sono rimasto ricoverato all’Ospedale Maggiore di Bologna per 9 mesi, fino al 27 Gennaio 1995.

Per fortuna è andato tutto bene, come va la tua vita adesso?
Adesso va molto bene. Godo di ottima salute e trascorro una vita del tutto normale. Convivo con una splendida compagna e ci amiamo profondamente. Certo alcuni “ricordi” il mio corpo li ha conservati; per esempio, quando cammino zoppico un po’, non riesco a correre se non per pochi passi, ho un dolore cronico all’anca di destra che presenta anche mobilità ridotta. Tutto ciò però non è sufficiente a limitare le mansioni normali (e non) della vita di tutti i giorni; io guido senza alcun ausilio speciale, vado in bicicletta, lavoro, pratico da 7 anni e con ottimi risultati il Taijiquan stile Chen (un’arte marziale cinese, di cui sono anche istruttore qualificato), suono percussioni africane.

Ti ricordi cosa hai pensato quando hai saputo di aver ricevuto il sangue di così tante persone?
Ovviamente un senso di profondissima gratitudine.

La donazione di sangue è un gesto che molti donatori compiono naturalmente, senza quasi rendersi conto della grande importanza che ha. C’è qualcosa che vorresti dire loro?
No. Almeno non direttamente. Perché io credo che chi ha deciso di donare il sangue abbia già deciso di fare la cosa più giusta, prima di tutto nei confronti di se stessi. Io non credo che qualcuno doni il suo sangue “soltanto” per la gratitudine dei riceventi, credo invece che prima di tutto la gratitudine del donatore venga da dentro di sé, sapendo perfettamente di aver fatto una cosa utilissima che, tutto sommato, non richiede nessuno sforzo, nemmeno economico. Credo invece che sia importante mostrare, anche pubblicamente, che il loro gesto serve davvero ed è fondamentale per tante persone. Per questo, l’unica cosa che mi sento di dire è un profondo e sincero GRAZIE…ma non serve altro.

C’è qualcosa che, a tuo parere, noi di Avis dovremmo fare per vedere crescere il numero di donatori?
E’ certamente importante mantenere alta l’attenzione sull’importanza della donazione del sangue, occorre “rinfrescare” spesso il concetto utilizzando tutti i mezzi di comunicazione. Ma credo lo facciate già ottimamente.

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L'immagine mostra il volto della persona che ha scritto ad AVIS per raccontare la sua storia

Ci racconti in breve la storia della tua malattia?
La mia storia inizia nell’estate 1994 quando mi fu diagnosticata una malattia non molto frequente che colpiva fegato e colon. Fin dall’inizio mi fu detto che prima o poi avrei subito un trapianto di fegato. Immaginatevi un ragazzo di 19 anni, nel pieno della vita, sentirsi dire una sentenza del genere! La mia vita rallentò bruscamente, come se qualcuno avesse tirato il freno a mano alla mia esistenza. Fortunatamente i primi anni corsero via veloce senza grossi problemi. Le prime avvisaglie che sarei arrivato presto al trapianto, iniziarono alla fine del 1999 quando si presentarono sempre più frequenti episodi febbrili, prima sporadicamente, poi sempre più pressanti. Così per un paio di anni, fino a quando ogni santo giorno mi svegliavo con febbre alta. Immaginatevi la febbre ogni giorno.. Fisico debilitato, vita sociale ridotta, vita universitaria azzerata, sopravvivenza e non vita.. Nel gennaio del 2003 decisero di ricoverarmi in pianta stabile in gastroenterologia a Cisanello (Pisa) per cercare una soluzione alla febbre. Otto mesi di ricovero senza una soluzione. Nel maggio del 2003 il prof. Filipponi del Centro Trapianti di Cisanello decise di mettermi in lista di attesa per il trapianto di fegato. Sono stati mesi difficili. Ogni sera andavo a letto e sapevo che poteva essere l’ultima sera… Sentivo la vita abbandonarmi, sentivo le mie forze allontanarsi da me senza che potessi far niente. La mia attesa è cessata un lunedì pomeriggio quando mi telefonarono dicendomi che si era reso disponibile un fegato compatibile. Sono stato operato il 29 luglio 2003, un martedì mattina. A luglio del 2011 saranno 8 anni che sono vivo! Ora vivo una vita straordinariamente normale proprio perché posso fare tutto ciò che prima la malattia mi vietava di fare. Nel 2005 mi sono sposato e nel 2008 è nata Rebecca.

Hai avuto bisogno anche di sangue per il tuo intervento, c’è qualcosa che vuoi dire a tutti i potenziali donatori che ti leggono?
Vorrei prima di tutto abbracciarli perché loro non lo sanno, ma con il loro “quarto d’ora” con il braccio steso a donare il sangue, mi hanno dato ad oggi quasi otto anni di vita! E vorrei invitarli a fare una cosa, se vogliono. Vorrei che la mattina successiva ad una donazione si guardassero allo specchio, si guardassero negli occhi, dentro, in profondità, perché probabilmente si vedranno persone migliori, perché con il loro “piccolo” gesto hanno regalato anni e anni di vita a chi lo ha ricevuto. E riconoscessero il fatto che il loro gesto è meraviglioso perché non è un gesto che, purtroppo, fanno tutti. Chi dona il sangue ha una marcia in più! E il giorno in cui si chiedessero: “ma chi me lo fa fare di andare a donare?” Io li inviterei a telefonarmi per provare a fargli capire dove lontano va il loro gesto. Per loro rappresenta un quarto d’ora. Per me e per chi lo riceve, anche anni di vita normale, o come dico io, di vita straordinariamente normale!

La guarigione si è “portata dietro” un’esperienza sportiva di tutto rispetto, ce la racconti?
La mia malattia si era portata via anche tutti i sogni di una vita normale. Un unico sogno mi era rimasto. Tre giorni prima del trapianto lessi sulla Gazzetta di certi Campionati Mondiali per Trapiantati che si stavano svolgendo in quei giorni a Nancy in Francia. Per me fu una notizia grandiosa. Sapere che i trapiantati tornavano ad una vita normale al punto di poter far sport ed a buoni livelli, fu sorprendente. Mi dissi: quasi quasi, se esco vivo dal trapianto… E così è stato. Ho ripreso la mia vecchia passione per il nuoto e a due anni dal trapianto ho partecipato, vincendoli i campionati italiani per trapiantati e mi hanno selezionato per la Nazionale Italiana Trapiantati ANED. Nel luglio del 2005 sono andato in Canada per i Campionati Mondiali per trapiantati e fra gare singole e staffette ho vinto 3 medaglie d’oro, 1 argento e 2 bronzi e ho stabilito un record del mondo sui 50 metri rana, ad oggi ancora imbattuto!

Donare è un gesto semplice che le persone compiono con grande spontaneità, non sempre coscienti dell’importanza enorme del loro dono. Eppure spesso chi ha ricevuto questo dono confessa di sentirsi in qualche modo “in debito”. E’ capitato anche a te?
Si, è capitato anche a me. Il primo sentimento in verità è quello di realizzare tutto ciò che la malattia aveva impedito. Viene quasi spontanea un’energia mentale talmente forte che alle volte devo tenermi a freno. Il sentirsi in debito è un sentimento comune a molti trapiantati. La donazione per me è stata un’opportunità che mi è stata data per riprendermi ciò che la malattia mi aveva tolto. E visto che non tutti hanno questa opportunità, mi sento in dovere di condurre una vita la più retta possibile. E appena possibile mi sono impegnato nel volontariato. Lavoro per l’associazione Vite Onlus di Pisa, un’associazione di trapiantati, sono diventato presidente provinciale AIDO. Insomma, cerco di condurre una buona vita perché spero che quando morirò anch’io (fra cent’anni perché ho da fare ancora una marea di cose!), spero di incontrare il mio donatore nell’aldilà, spero mi venga incontro, mi stringa la mano e mi dica: “Bravo Federico, hai fatto un bella vita, ti sei meritato tutto questo”.

Più che un appello a donare ti chiedo: secondo te cosa potremmo fare noi all’Avis per far crescere il numero dei donatori?
La cosa importante, oltre tutto ciò che già fate, è far capire alla gente che la donazione di sangue esprime un gesto di libertà. Mi spiego meglio. Sapete qual è la differenza fra una persona sana e che quindi può donare e una persona malata che è in attesa di una trasfusione o di un trapianto? la differenza è una sola: la libertà. Chi dona il sangue può decidere di farlo quando vuole. Può farlo domani, dopo domani, settimana prossima, il prossimo mese…anche mai, perché nessuno gli dirà mai niente. Chi invece è in attesa di sangue non può aspettare domani, dopo domani, settimana prossima, il prossimo mese.. Settimana prossima potrebbe essere troppo tardi. Lui non può aspettare. Aspetta il tuo sangue! In più aggiungo che se i miei venti donatori di sangue (visto che sotto i ferri ho avuto bisogno di una ventina di sacche di sangue) avessero detto: io non vado a donare, non ne ho voglia, non ho tempo, io sarei probabilmente morto. E non sarebbe nata Rebecca. Invece quei venti donatori hanno detto: “Si, io vado, anche se non ho tempo, ho da fare, andrò un’altra volta” e sono andati a donare. Ecco, grazie a loro io sono vivo. Ed è nata Rebecca. E se un domani avrò un altro figlio, o chissà un nipote, un pronipote, da quel “SI” dei donatori nasceranno chissà quante vite ancora. Probabilmente fra cent’anni nascerà altra vita grazie a quella scelta positiva. La donazione di organi e di sangue in me ha moltiplicato la vita.

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LA STORIA DI NORDINE, EX-ATLETA DI PALLACANESTRO

L'immagine mostra il volto della persona che ha scritto ad AVIS per raccontare la sua storia

La sua storia inizia con un viaggio turistico. Arrivava dal Marocco e stava frequentando la Facoltà di Giurisprudenza.

Era il 1990 e il viaggio si è trasformato presto in una permanenza forzata dalla malattia, da quella vacanza Nordine ha dovuto convivere per tre anni con la terapia di emodialisi fatta 3 giorni alla settimana presso l’ospedale di Ferrara.

Poi il trapianto di reni che ha superato con successo all’ospedale di Parma. Ora la sua vita è serena, una vita “normale” a Cento (FE) e un lavoro da magazziniere a San Matteo della Decima.

Nordine ha sempre partecipato al mondo del volontariato, dal 1992 fa parte della Protezione Civile, e ha dato una mano in occasione del terremoto dell’Aquila. Inoltre fa parte dell’ANED (Associazione Nazionale Emodializzati) dal 1996.

Dopo l’intervento ha sentito il bisogno di partecipare attivamente alla promozione e alla divulgazione delle informazioni sulla emodialisi e i trapianti così, da buon sportivo, ha deciso di partecipare alle attività dell’associazione come atleta della squadra di pallavolo, organizzando tornei tra persone trapiantate, informando la popolazione sulla terapia di dialisi e sulla donazione di organi.

Il suo impegno nel volontariato si è presto legato anche alle attività che svolge insieme ad altri connazionali  presso il Centro Culturale per la Convivenza, il cui presidente è un donatore Avis.

Insieme hanno portato avanti iniziative di divulgazione sull’importanza della donazione di organi e del dono del sangue, discutendo e affrontando tutti i dubbi che potevano sviluppare le persone  frequentanti il Centro, come, ad esempio, il legame tra il dono e la fede.

Il Corano infatti, invita il fedele ad essere sempre disponibile e pronto per salvare una vita e donando si cerca di rispettare questo precetto.